Visualizzazioni totali

mercoledì 16 febbraio 2022

John Gresham Machen: Il Libertario di Dio



di Lawrence W. Reed

Pearl S. Buck, la scrittrice vincitrice dei Premi Pulitzer e Nobel, così elogiò il teologo presbiteriano John Gresham Machen (1881–1937):

Era un uomo ammirevole. Non ha mai indietreggiato e non ha mai chinato la testa di fronte a nessuno. Non era da lui cedere su qualche punto o scendere a compromessi, e non risolveva una controversia con qualcosa di meno di una vittoria. Era un glorioso nemico perché era franco e diretto nelle sue roventi contese e nella sua aspra opposizione. Stava saldo nella sua posizione ed era noto a tutti quale essa fosse.

Per fuggire la tentazione di liquidare le lodi della Buck come prevedibilmente partigiane perché, dopo tutto, lei fu allevata da missionari presbiteriani di stanza in Cina, consideriamo allora il punto di vista di Henry Louis Mencken.

Mencken era noto per le sue critiche caustiche rivolte ai cristiani in generale e ai ministri di culto in particolare. Descrisse il Creatore come «un comico il cui pubblico ha paura di ridere» e una volta scrisse: «Depilate un gorilla e sarà quasi impossibile, a venti passi di distanza, distinguerlo da un campione mondiale dei pesi massimi. Spellate uno scimpanzé e ci vorrà un'autopsia per dimostrare che non era un teologo.»

Eppure, Mencken non nascondeva la sua grande ammirazione per Machen:

Il dr. Machen non è certamente un predicatore da strapazzo, che sale sul pulpito a minacciare di fuoco e zolfo ignavi peccatori giusto per lucrare una percentuale sulla colletta finale.... Al contrario, è un uomo di grande cultura... È indiscutibile l’enorme divario morale e logico tra lui e suoi avversari modernisti. Affronta gli attacchi dell’Alta Critica senza batter ciglio e non compromette la sua fede per convenienza o quieto vivere.

Quando Machen morì, Mencken lo paragonò a un altro noto presbiteriano, il politico William Jennings Bryan, usando queste parole: «Il Dott. Machen sta a William Jennings Bryan come il Cervino sta a una verruca.»

Presento ora qui Machen come un vero eroe non tanto perché rappresenti al meglio la mia prospettiva personale su Cristo, la Bibbia e il Cristianesimo – anche se lo riconosco con entusiasmo – ma perché egli ha dimostrato un notevole grado di coraggio e coerenza logica che auspico diventino più comuni tra le guide cristiane. Le sue convinzioni erano ben salde  e scaturivano da  ragionamenti scrupolosamente ponderati, e nell’esprimerle non si faceva intimorire dalla stridente opposizione che suscitavano. Quando a un certo punto a Princeton Machen si ritrovò davanti un muro di gomma non si scompose battendo rassegnato in ritirata; al contrario: controbattè creando istituzioni antagoniste e influenti. Vedeva la libertà come il proposito di Dio per l'umanità e mai avrebbe acconsentito alle arroganti pretese dei governi terreni di limitarla “per il nostro bene”.

Si può ben dire che fosse un uomo tutto d’un pezzo. Indomito e fermamente saldo nei suoi principi.

John Gresham Machen nacque a Baltimora nel 1881. Suo padre era di confessione episcopale, ma fu sua madre presbiteriana a esercitare la maggiore influenza su di lui, e quando Machen si iscrisse al corso di laurea in lettere classiche alla Johns Hopkins University, dove si distinse come uno studioso di prim'ordine, era diventato profondamente presbiteriano. In seguito si spostò a Princeton, dove si concentrò sulla teologia frequentandone il seminario e sulla filosofia frequentando l'università. Dopo aver passato un anno all’estero, in un'università tedesca, ritornò in America deciso a difendere la teologia riformata classica dalla crescente influenza dei modernisti.

Questi costituivano l'ala teologica del movimento «progressista», che diluiva snaturandole le dottrine cristiane storiche, promuovendo al loro posto nozioni dubbie come il relativismo morale e l’interventismo statale.

Il seminario di Princeton rimase il quartier generale di Machen per 23 anni, dal giorno in cui nel 1906 vi iniziò la carriera come insegnante di Nuovo Testamento fino a quando la sua coscienza lo portò a interrompere i rapporti con la scuola nel 1929. Durante primi quattro anni di Machen al seminario, il presidente in carica all’Università di Princeton era Woodrow Wilson, che in seguito divenne uno stretto amico di famiglia. Quell'amicizia, tuttavia, non impedì in seguito a Machen di criticare aspramente l'agenda di Wilson come presidente degli Stati Uniti.

Il giovane teologo si oppose fermamente al coinvolgimento degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale e condannò il successivo Trattato di Versailles come «un attacco alla pace internazionale» che avrebbe causato una guerra dopo l'altra «in una logorante progressione». Egli stroncò la politica di intervento estero di Wilson, bollandola come stolto avventurismo avulso dalla realtà. Denunciò la coscrizione militare, sostenendo che la leva obbligatoria era un attacco alle libertà personali e una «brutale ingerenza» nella vita dell'individuo e in quella familiare.

All’inizio del 1900 l'ideologia progressista che permeava le scienze sociali cominciò a contaminare anche i seminari della nazione, compreso Princeton. Machen è stato molto più che un vigoroso oppositore della sinistra religiosa, e in questo non è corretto considerarlo un «fondamentalista» teologico, perché il fondamentalismo era stato spesso anti-intellettuale, mentre Machen fu un cristiano profondamente intellettuale. Egli apprezzava la scienza come strumento per svelare i misteri di un universo logico e ordinato. I suoi libri più famosi erano difese sistematiche e approfondite del Cristianesimo (ad esempio, The Origin of Paul’s Religion e What is faith? ) e critiche devastanti del revisionismo modernista (ad esempio, Cristianesimo e Liberalismo) la cui influenza perdura ancora oggi.

Machen si scontrò con crescente frequenza con la facoltà sempre più schierata a sinistra di Princeton finché a un certo punto ne ebbe abbastanza, e nel 1929 diede le dimissioni dall'università. Ma invece che cercare lavoro in un'altra scuola affermata, egli ne fondò una sua – il Seminario Teologico di Westminster presso Filadelfia – destinandola alla fama internazionale come una delle istituzioni teologiche più rigorose e rispettate al mondo.

Nel 1933, la preoccupazione per il progressismo religioso (o «liberalismo», come generalmente lo chiamava) nel campo della missione presbiteriana aveva talmente consumato interiormente Machen da spingerlo a formare il Consiglio Indipendente per le Missioni Estere Presbiteriane. Tale mossa indusse però la Chiesa Presbiteriana mainstream a scomunicarlo, e per questo nel 1936 istituì quella che in seguito divenne nota come Chiesa Presbiteriana Ortodossa.

Machen fu, per molti versi, un Martin Lutero in vesti presbiteriane, un uomo che sfidò coraggiosamente la corruzione intellettuale proprio di quella chiesa che era diventata parte centrale della sua stessa vita.

Machen non era particolarmente interessato alla politica. La considerava una disciplina opprimente e ostile all’individuo. Ma l'idea che il cristianesimo autentico fosse compatibile anche in minima parte con qualsiasi forma di statalismo – socialismo, comunismo o fascismo – era, per Machen, una narrativa estremamente pericolosa. (Le sue opinioni hanno influenzato la mia prospettiva, riflessa nel mio saggio Gesù era socialista?)

Lo storico George Marsden, nel suo libro del 1991 Understanding Fundamentalism and Evangelicalism, etichetta le opinioni politiche di Machen come «libertarie radicali» perché «si opponeva praticamente a ogni espansione del potere statale». Sono convinto che lo stesso Machen avrebbe gradito molto la descrizione, ma solo perché l'avrebbe vista come un'estensione naturale degli insegnamenti di Cristo, il cui scopo era di promuovere la formazione del carattere e il rinnovamento spirituale e non di conferire maggiori poteri allo stato.

Quando una proposta di emendamento alla Costituzione sul lavoro minorile divenne uno degli argomenti più dibattuti pubblicamente negli anni '20, Machen la definì «una delle misure più crudeli e spietate che siano mai state proposte in nome della filantropia». Egli ben comprese gli effetti economici di una misura che bandisce il lavoro minorile: o lo relegherebbe al nero in condizioni deplorevoli o aggraverebbe la già precaria condizione delle famiglie povere. Ma la cosa che più preoccupava Machen era ciò che l'emendamento rappresentava: l'usurpazione da parte del potere statale delle competenze che spettavano più propriamente alle amministrazioni locali e alle famiglie.

Nel periodo storico in cui la stragrande maggioranza dei presbiteriani sosteneva il proibizionismo Machen, in controtendenza, vi si oppose con veemenza. La Scrittura, egli disse, ci mette sì in guardia contro l'ebbrezza, tuttavia da nessuna parte suggerisce la coercizione statale come soluzione all’alcolismo.

Si oppose alla lettura della Bibbia e alla preghiera nelle scuole pubbliche perché mescolavano la politica con la fede. «I cristiani» – disse – «dovrebbero aprire le proprie scuole». Riteneva ingenuo credere che in classe lo stato avrebbe agito con benevolenza, invece di livellare – come in effetti fa – tutti verso il basso della sua mediocrità collettivista opprimendo le anime degli alunni:

Mettete la vita dei bambini durante gli anni della loro formazione sotto l'intimo controllo di esperti nominati dallo stato, in contrasto con le convinzioni dei genitori, costringeteli a frequentare scuole dove le più elevate aspirazioni dell'umanità sono calpestate e dove le menti vengono imbevute di quel materialismo tanto in voga oggi, ed è difficile pensare che alla fine possa sussistere anche un minimo residuo di libertà.

Nel 1979, il presidente Jimmy Carter firmò il disegno di legge che avrebbe attirato la sventura sul paese, istituendo il Ministero dell'Istruzione degli Stati Uniti. Se Carter, un insegnante di scuola domenicale, avesse letto gli avvertimenti di Machen di più di mezzo secolo prima, forse si sarebbe risparmiato quel colossale errore. Nel 1926 Machen, durante un udienza al Congresso, si oppose fermamente alla proposta di creare un tale dipartimento federale. Le sue osservazioni, lucidamente profetiche alla luce della storia più recente, meritano qui un ampio stralcio:

Il ministero dell'istruzione ... ha lo scopo di promuovere l'uniformità nell'istruzione. Ma io ritengo che quell'uniformità nell'istruzione sottoposta a un controllo centralizzato sia il peggior destino in cui possa incappare qualsiasi paese...
Dobbiamo opporci in ogni modo … perché rappresenta una tendenza che non è una novità, ma è presente nel mondo da almeno 2.300 anni, e sarebbe contraria ai principi di libertà sui quali si fonda il nostro Paese. È la nozione che l'istruzione è essenzialmente un affare dello Stato; che i figli appartengono allo Stato e devono essere educati a beneficio dello Stato; che le idiosincrasie dovrebbero essere evitate, e lo Stato dovrebbe escogitare quel metodo di educazione che più di ogni altro migliorerà il benessere dello Stato...
Il principio dietro il disegno di legge, fatto proprio da tutti i suoi sostenitori, è che un'istruzione standardizzata è cosa buona e giusta. Non credo che si possano leggere le proposte di misure di questo tipo senza rendersi immediatamente conto che in esse tutto ciò viene sentenziato apoditticamente, senza presentare argomenti, come se fosse una cosa scontata. Ora, sono perfettamente pronto ad ammettere che la standardizzazione in alcuni ambiti è una buona cosa. Lo è ad esempio nella produzione di automobili Ford; ma solo perché è una cosa buona nella fabbricazione delle auto Ford, non è necessariamente una cosa auspicabile nella formazione degli esseri umani, perché un'auto Ford è una macchina e un essere umano è una persona. Ma moltissimi educatori oggi negano la distinzione tra i due, e qui sta il nocciolo di tutta la questione...
Non credo che la dimensione personale, libera e individuale dell'istruzione possa essere preservata quando c’è di mezzo un dipartimento federale che fissa arbitrariamente gli standard di istruzione che diventano più o meno obbligatori per l'intero paese.... 
Credo che nella sfera della mente ci dovrebbe essere una concorrenza assolutamente illimitata... Un'istruzione pubblica che non debba confrontarsi con la concorrenza delle scuole private è uno degli più acerrimi nemici della libertà che sia mai stato concepito... Penso che quando si tratta della formazione di esseri umani, dobbiamo essere molto più attenti alla salvaguardia del diritto alla libertà individuale e al principio della responsabilità individuale che in altri ambiti; e ritengo che dovremmo essere assolutamente chiari su questo: se non verranno preservati i principi di libertà in questo ambito, non ha senso cercare di preservarli altrove. Se consegnate i bambini ai burocrati, non c’è motivo per non lasciar in mano loro ogni altra cosa.

Nel dicembre 1936, Machen si recò nel Nord Dakota per diversi impegni professionali. Nel freddo eccezionale di quell’inverno contrasse la pleurite, che putroppo degenerò poi in polmonite. Morì il giorno di Capodanno del 1937. Aveva solo 55 anni.

Machen è sepolto in un cimitero nella sua città natale di Baltimora, dove la modesta lapide sulla sua tomba recita semplicemente il suo nome, il suo titolo, le date di nascita e morte e, in greco koiné, il motto «Fedele fino alla morte».


Lawrence W. Reed è presidente emerito della Foundation for Economic Education

«Nessun popolo che abbia smarrito  il proprio carattere ha poi mai conservato la propria libertà. Gli individui che non sanno autogovernarsi  finiranno con l'essere governati da altri.  La libertà e il carattere vanno di pari passo. Quando l'uno scompare l'altra farà la stessa fine.»  – Lawrence W. Reed

Nessun commento:

Posta un commento